Non mi stupivo che il mistero dei delitti ruotasse intorno alla biblioteca. Per questi uomini quotati alla scrittura la biblioteca era al tempo stesso la Gerusalemme celeste e un mondo sotterraneo al confine tra la terra incognita e gli inferi. Essi erano dominati dalla biblioteca, dalle sue promesse e dai suoi interdetti. Vivevano con essa, per essa e forse contro di essa, sperando colpevolmente di violarne un giorno tutti i segreti. Perché non avrebbero dovuto rischiare la morte per soddisfare una curiosità della loro mente, o uccidere per impedire che qualcuno si appropriasse di un loro segreto geloso?
Tentazioni, certo, superbia della mente. Ben diverso era il monaco scrivano immaginato dal nostro santo fondatore, capace di copiare senza capire, abbandonato alla volontà di Dio, scrivente perché orante e orante in quanto scrivente. Perché non era più di così? Oh, non erano certo soltanto quelle le degenerazioni dell’ordine nostro! Era diventato troppo potente, i suoi abati gareggiavano con i re, non avevo forze in Abbone l’esempio di un monarca che con piglio di monarca cercava di dirimere controversie tra monarchi? Lo stesso sapere che le abbazie avevano accumulato era ora usato come merce di scambio, ragione di superbia, motivo di vanto e prestigio; così come i cavalieri ostentavano armatura e stendardi, i nostri abati ostentavano codici miniati… E tanto più (follia!) quanto ormai i nostri monasteri avevano perduto anche la palma della saggezza: ormai le scuole cattedrali, le corporazioni urbane, le università copiavano libri, forse più e meglio di noi, e ne producevano di nuovi – e forse questa era la causa di tante sventure.

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